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Banca Etica: in un anno 1500 progetti di microcredito

Banca Etica, attraverso il Consorzio Etimos, ha cominciato 15 anni fa ad occuparsi di Microcredito, una sfida che, all’inizio, non è stata compresa dalla altre banche. Finalmente qualcosa sta cambiando e anche altri istituti si stanno muovendo in questa direzione. Osservatorio finanziario ne parla con Fabio Salviato, presidente di Banca Etica

 

Cos’è mutato nell’atteggiamento delle banche verso la cosiddetta finanza etica?

Inizialmente abbiamo notato un cambiamento significativo soprattutto da parte delle banche europee; poi, c’è anche un processo di aggiornamento del sistema bancario italiano, che noi vediamo positivamente, anche per quanto riguarda le procedure di valutazione del credito:

 

Cosa intende esattamente?

Che si comincia ad adottare un sistema non più basato solo sulle garanzie reali, ma che lascia più spazio alla progettualità. In realtà, molte banche, ancora oggi, fanno microcredito soprattutto per un ritorno di immagine, coinvolgendo le ex fondazioni bancarie, che mettono a disposizione fondi di garanzia del 100%, e lì si ammortizza tutto il costo del personale. Ma si tratta, soprattutto, di un’operazione pubblicitaria.

 

Come nasce l’impegno di Banca Etica a favore della finanza etica?

Noi abbiamo semplicemente fatto emergere la domanda di microcredito che proveniva dalle fasce medio-basse, una sfida che poi è stata raccolta dalle istituzioni locali e dalla caritas; si tratta di una vera e propria rete sociale, costituita da 300  comuni, 40  province e 10  regioni che sono tutti nostri soci. Oggi abbiamo un ufficio progetti in cui lavorano circa 10 persone, e che da un paio d’anni sta lavorando molto bene.

 

Quale metodologia utilizzate per fare microcredito? 

Abbiamo individuato tre metodologie di intervento. Primo: microcredito per lo sviluppo della microimpresa, si articola in un rapporto a tre tra ente locale, banca (che mete a disposizione un fondo di garanzia) e beneficiario. Ad esempio abbiamo concluso una convenzione con la Basilicata per sostenere, attraverso il microcredito, lo sviluppo di circa un migliaio di microimprese che rappresentano circa il 10% dei microimprenditori nella regione.

 

E le altre tipologie di intervento?

La seconda è destinata più che altro al sostegno delle fasce deboli: giovani e meno giovani che magari hanno perso il lavoro, hanno una buona probabilità di ritrovarlo a breve, ma hanno bisogno di essere aiutati in questo periodo di difficoltà.  Il terzo tipo di intervento coinvolge la caritas, la quale ci presenta un progetto di finanziamento, e accompagna il beneficiario passo dopo passo nella sua realizzazione.  In un anno e mezzo abbiamo portato avanti circa 1200-1500 progetti di microcredito, ma contiamo di aumentarli in maniera significativa.

 

C’è chi dice che il Microcredito sia diventato una “moda”. Ma fino a che punto può essere un’attività profittevole per un istituto di credito?

Rispetto alle regole che ci sono oggi, in Italia, per una banca tradizionale non è profittevole, perché i costi sono troppo elevati rispetto all’importo del credito: non puoi far gravare questi costi sui 5000 o 10 mila euro. Ecco perché, normalmente, una banca fa fatica ad intervenire...

 

Quindi c’è ancora un problema regolamentario...

Regolamentario e legislativo. Per esempio in Francia esistono già delle organizzazioni non governative o delle associazioni che sono legalmente riconosciute dalla Banca Centrale di Francia, hanno dei costi di gestione molto più contenuti; e allora la banca che vuole fare microfinanza cosa fa: apre una linea di credito  nei confronti di questa associazione e poi è l’associazione che materialmente gestisce l’operazione.

 

In Italia non è possibile una cosa del genere?

Le banche sono troppo ingessate. Un’altra novità è quella della Banca Centrale del Kosovo: lì è stata promulgata una legge che istituisce una nuova realtà, quella delle banche dedicate al microcredito; istituti che, ovviamente, devono avere determinate caratteristiche, e che possono godere di condizioni particolari, agevolazioni, sistemi di controllo meno pesanti rispetto a quelli di una banca tradizionale. Questo permette di fare microcredito. E magari anche dalle banche commerciali tradizionali possono nascere delle “costole” dedicate al microcredito, con quelle caratteristiche e, quindi, quelle agevolazioni. Non è che i nostri banchieri siano cattivi...

 

Quando si parla di microcredito si è di fronte ad un paradosso: da un lato c’è una  domanda molto forte di credito e microcredito - soprattutto nei Paesi in Via di Sviluppo ma non solo; dall’altro lato i progetti e le iniziative fino ad ora intraprese hanno avuto successo dimostrando di possedere un carattere di sostenibilità economica. Perché in Italia sono pochi gli istituti che stanno investendo in questo nuovo mercato?

Per una ragione di mission e di mentalità. Le banche sono portate per definizione, e anche perché spinte dalla crescente competitività, ad inseguire un obiettivo: dare la maggiore remunerazione possibile all’azionista. Quindi si dedicano ad attività finanziare che permettono di trarre un maggior profitto. Il microcredito è un mercato particolare, che richiede anche delle risorse umane preparate e formate in un certo modo, una rete di relazioni con associazioni e realtà fortemente radicate nel territorio, come ad esempio le caritas: non è ancora visto, ed effettivamente non è, un business remunerativo, a meno che non si applichino tassi di interesse del 20%... Ma a quel punto perde il suo significato, diventa credito al consumo...

 

O magari usura... In misura crescente la finanza sociale appare il frutto di una collaborazione sinergica tra banche, enti no profit, pubblica amministrazione. Per quale motivo la banca non può farcela da sola?

Gli enti sociali sono molto importanti soprattutto per la fase di monitoraggio “post”. Perché i beneficiari di progetti di microcredito vanno sempre accompagnati per mano. Poi, è importante anche il rapporto con il mondo delle imprese. Ad esempio, Calzedonia ha costituito una fondazione che mette a disposizione dei fondi di garanzia, oppure effettua finanziamenti diretti attraverso le istituzioni di microfinanza nel sud del mondo. C’è un giorno dell’anno, in cui l’1% del fatturato viene dirottato verso questa fondazione per essere destinato al microcredito. Questo per dire che anche il mondo dell’impresa sta dando dei segnali positivi.

 

In che modo la banca può coinvolgere i risparmiatori in questi progetti?

Al momento in cui un nuovo cliente aprte un c/c o un  deposito, ci può dare un’indicazione di investimento. Il 40% dei nostri risparmiatori ci indica operazioni internazionali, quindi si parla di sud del mondo. Per quanto riguarda gli investitori, invece, noi devolviamo l’1per mille di quanto investito nei nostri fondi di Etica sgr per fare microcredito in Italia. Infine, chiediamo un piccolo sforzo ai nostri investitori. Ogni 1000 euro investiti, un euro finisce in un fondo di garanzia di 300.000 euro che serve per finanziare microcredito in Italia.

 



COPERTINA MICROCREDITO

Fabio Salviato, presidente di Banca Etica

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