SOMMARIO
I prodotti d'investimento socialmente responsabile hanno retto meglio alla crisi finanziaria innescata dai mutui subprime americani. Nonostante questo, la finanza etica continua a rappresentare una fetta minoritaria del risparmio gestito. Ma solo in Italia
di PierEmilio Gadda
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Non è vero che i fondi etici fanno guadagnare meno. Parola di banchiere
Ho partecipato di recente alla conferenza stampa di una importante banca italiana, in occasione della quale si è parlato anche di fondi comuni e della crisi che imperversa nel settore del risparmio gestito. Presenti anche i vertici italiani di tre delle più importanti case d’investimento al mondo.
Nello spazio riservato alle domande dei giornalisti ho preso la parola: “Ad un anno esatto dall’inizio della crisi internazionale innescata dai subprime americani, i fondi d’investimento socialmente responsabile collocati in Italia hanno performato meglio rispetto ai fondi tradizionali. Vorrei che qualcuno mi spiegasse”, ho domandato, “per quale motivo, in Italia, i cosiddetti fondi etici rappresentano ancora una fetta minoritaria del risparmio gestito mentre, nel frattempo, il comparto cresce rapidamente in molti altri Paesi europei”.
Alla domanda, implicitamente rivolta ai tre esponenti della finanza internazionale, risponde, invece, il presidente della banca che, in quell’occasione, faceva gli onori di casa: “Forse un orizzonte di un anno non è sufficiente per effettuare il confronto…ad ogni modo, io ritengo che i fondi etici siano un investimento importante a prescindere dai rendimenti…comunque accetto questa suo intervento come una sollecitazione a fare progressi anche su questo fronte…”.
A margine della conferenza, mentre, orfano di risposte, mi appropinquavo al buffet allestito per la stampa, vengo avvicinato dal direttore generale di una delle tre case d’investimento invitate a partecipare all’evento. Si presenta, e mi dice “Uno può anche vendere i fondi socialmente responsabili, noi ne abbiamo uno, ma se poi la gente non li compra….”. “Il problema”, mi permetto di osservare, “è che spesso il risparmiatore neanche si sogna che esistano dei fondi “etici” e se la sua banca non gliene parla, mai e poi mai gli verrà in mente di acquistarli”. E insisto: “Perché, allora, mi chiedo, la banca non li propone ai clienti, Lei lo sa?”. E lui: “Mah, guardi, si tratti di un fondo etico o di un fondo tradizionale, la banca comunque incassa la sua commissione…”. E io: “Forse, dico forse, il problema è anche la formazione”. “La formazione?”, dice lui?. “La formazione”, ribatto io: “L’impressione è che spesso anche i “promotori” finanziari delle banche abbiano le idee poco chiare su cosa siano i fondi d’investimento socialmente responsabili…”. Lui abbassa lo sguardo e conclude: “Su una cosa, comunque, ha ragione: si sente spesso dire che i cosiddetti fondi etici facciano guadagnare meno. Non è vero”.
Quel che è certo, è che i prodotti socialmente responsabili hanno retto meglio alla crisi finanziaria, anche se il rendimento ad un anno resta, mediamente, negativo. In particolare, come si legge dal Rapporto che l’Osservatorio finanza etica ha realizzato in collaborazione con Morningstar (leggi), i fondi bilanciati hanno perso, in un anno, quasi il doppio rispetto ai fondi etici che investono sia in azioni che in obbligazioni (-11,04 contro -6,29%). Lo stesso discorso vale anche per i fondi obbligazionari: in questo caso, la performance ad un anno è dello 0,19% per gli etici, mentre il comparto perde, nel complesso, il 2,07%.
Solo nel caso del segmento azionario, il confronto tra fondi socialmente responsabili e non, nell’anno della crisi, si risolve in un sostanziale “pareggio”: gli etici fanno meglio del comparto in riferimento all’orizzonte di un mese (rispettivamente, -7,17% contro -7,50%) e sei mesi (-17,34 contro -17,82%) mentre vanno peggio su tre mesi (gli -2,37% contro -2,15%) ed un anno (gli etici perdono il 22,40% contro il 21,65 di tutti gli azionari). Se, invece, si considera un orizzonte temporale più ampio, per esempio di tre o cinque anni, sia i bilanciati che gli obbligazionari "etici" hanno ottenuto performance superiori a quelle registrate dai rispettivi comparti. Per gli azionari, vale il discorso contrario.
È vero: come si legge nei fogli informativi di ciascun fondo, “i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri” ed è difficile esprimere una valutazione conclusiva a proposito del confronto tra il rendimento dei fondi etici e quello dei fondi “tradizionali”. Ma almeno, sarebbe buona cosa smettere di utilizzare l’argomento della “peggiore performance” come pretesto per non occuparsi di investimento socialmente responsabile.
A proposito. A termine della conferenza, mi si avvicina un altro ospite. “Io ero in fondo alla sala”, dice, “E quando il presidente ha risposto alla tua domanda, li ho sentiti i commenti dei suoi collaboratori…”. Ah sì? E cosa dicevano? “I fondi etici saranno importanti quanto vuoi, ma il presidente non li farà mai”. Ci risiamo. Ogni volta che si parla di investimento “etico”, le banche si dicono entusiaste, profetizzano ampie possibilità di sviluppo per i fondi socialmente responsabili e assicurano che ogni possibile sforzo sarà sostenuto per favorirne la crescita. Ma poi, alla prova dei fatti, nulla si muove, o quasi.

