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USCITA DI LUNEDì 8 FEBBRAIO 2016
COVER STORY
Il Sole 24 Ore
Sorprenderà molti, ma sarà utile sapere che quei 50 miliardi di perdite dell’intero universo del credito italiano li ha prodotti tutti insieme una sola banca inglese. La Royal Bank of Scotland ha cumulato un buco di bilancio dall’avvio della crisi di ben 48 miliardi di sterline. Sette anni consecutivi di perdite per il colosso inglese che ha avuto bisogno di essere nazionalizzato per sopravvivere. E nonostante la potente stampella pubblica, che per il sistema del credito britannico ha voluto dire un esborso netto dello Stato per 155 miliardi, Royal Bank of Scotland ha continuato a macinare perdite gigantesche. Solo nel 2015 si è vista un’inversione di rotta con l’ultima trimestrale che ha rivisto tornare il segno positivo. Rbs non è l’unica ad aver subito l'urto: Lloyds Banking group ha visto bruciare 5,6 miliardi di sterline in perdite tra il 2010 e il 2013. Solo negli ultimi due anni è tornata ai profitti, ma che non bastano a riportare il saldo in positivo dall'inizio del 2008. In fondo è lo stesso copione che ha visto protagonista in negativo la prima banca dell'eurozona. Con la perdita record di 6,8 miliardi con cui ha chiuso il 2015, Deutsche Bank ha riportato il suo orologio della profittabilità all’indietro di molti anni.Il buco miliardario del 2015 causato dall’ennesima sequela di accantonamenti per cause legali, quasi raddoppia la perdita per 3,8 miliardi accusata nel lontano 2008, l’anno della deflagrazione dei subprime. Anche per Deutsche Bank al di là dei maxi-picchi di perdita si è assistito negli anni a una contrazione pesante e costante della profittabilità
Il Sole 24 Ore
Non c'è pressochè nessuna banca europea (escluse solo le scandinave) che riesca a farsi apprezzare dalla Borsa più del suo capitale netto. Prezzi da saldo che riflettono la disaffezione del mercato per un settore che non si è ripreso per davvero a livello di redditività dalla Grande Crisi. Se per l'Italia il Tallone d'Achille della profittabilità sono le sofferenze (via via da svalutare) cumulate dalla lunga recessione che ha prostrato il Paese, non si capisce perchè sistemi bancari come quelli del Nord Europa, meno legati all'economia reale con minori volumi di credito sugli attivi e in Paesi meno sofferenti del nostro in termini di crescita, debbano essere puniti dal mercato. Nessun errore di valutazione in realtà. Le banche inglesi, tedesche e in genere la grandi investment bank hanno a loro volta le proprie “sofferenze”. Non sono i prestiti deteriorati a imprese e famiglie che si trasformano in perdite, come per le italiane. Le “sofferenze” degli altri portano il nome della finanza truccata, della turbo-finanza speculativa che occupa gran parte delle loro attività. Le maxi-perdite che spesso fanno capolino su giganti bancari di matrice anglosassone sono, volta per volta, gli effetti delle svalutazioni di titoli, derivati, asset tossici, il cuore della loro attività bancaria. E se non sono i prodotti finanziari a registrare minusvalenze, sono le innumerevoli cause legali e i contenziosi con la clientela a determinare miliardi di accantonamenti in un colpo solo, come dimostra l'ultimo bilancio del 2015 di Deutsche Bank
Il Sole 24 Ore
Le banche centrali nazionali dell’area dell’euro detenevano a fine 2015 circa 490 miliardi di euro di titoli dei rispettivi Paesi, oltre a quelli acquistati per fini di politica monetaria, secondo una nota diffusa ieri sera dalla Banca centrale europea. Le banche centrali dei 19 membri dell'unione monetaria pubblicheranno ora gli importi relativi a ciascuna di loro. La Bce ha deciso ieri di pubblicare i termini di un accordo, finora riservato, con le banche centrali nazionali dell'Eurosistema, oltre al valore aggregato per l'intera eurozona, nell'intento di placare una controversia che stava montando da qualche tempo sulla stampa tedesca. Questa ha sostenuto nelle ultime settimane che con questi acquisti le banche centrali nazionali avrebbero aggirato il divieto di finanziamento monetario degli Stati, proibito dai Trattati europei, e che le operazioni si sarebbero gonfiate in seguito alla crisi e sarebbero state messe in atto soprattutto dai Paesi in difficoltà della periferia dell'eurozona
Milano Finanza
Anche se il governo non ha ancora alzato il velo sulla Gacs e qualche banchiere ha manifestato perplessità sulle nuove misure, l’intervento normativo dovrebbe dare una marcia in più al mercato dei crediti deteriorati. Del resto, dopo un 2015 ancora critico, nel mese di gennaio il settore ha mostrato una maggiore effervescenza, con l’annuncio della piattaforma di Prelios -Banca Akros e le prime indiscrezioni sul progetto di Banca Imi. Nuove operazioni, anche di natura consortile, potrebbero essere annunciate in tempi brevi e le aggregazioni attese per i prossimi mesi dovrebbero imprimere un’ulteriore accelerazione. Sulle scrivanie dei principali operatori italiani e internazionali si sta insomma accumulando una mole sempre più consistente di dossier e l’interesse per il mercato italiano dei non performing loans cresce mese dopo mese
Il Sole 24 Ore
Il rischio Brexit per il banking dell’Unione europea, la minaccia della frammentazione su quello dell’eurozona, in un mondo quantomai impegnato ad armonizzare un sistema finanziario che cerca di allentare la stretta dei regolatori. European banking authority (Eba) presieduta da Andrea Enria e con sede a Londra ha celebrato i cinque anni di attività con un ampio dibattito che ha messo in fila i tanti obiettivi raggiunti e quelli ancora mancati in un contesto mutevole. A cambiare le carte in tavola è, innanzitutto, la minaccia di Brexit. La bozza d’accordo euro-britannica illustrata nei giorni scorsi apre l’uscio a una trappola potenziale, ipotizzando un sistema a doppio binario per gli “ins” e gli “outs” dall’euro che potrebbe minacciare il single market. «Regole comuni e convergenza nella vigilanza – ha commentato Enria – sono essenziali per garantire integrità» del mercato interno. Altrimenti si renderebbe necessario un sistema a più livelli che dovrebbe però essere armonizzato. Se così non fosse emergerebbe «il rischio – ha aggiunto il presidente dell’Eba – di ostacoli e di condizioni non paritarie di concorrenza fra chi è nell’eurozona e chi no»
Il Sole 24 Ore — Marco Fortis
Il tema dei crediti deteriorati ha dominato in modo disordinato le vicende borsistiche italiane di questo inizio 2016. Per almeno quattro ragioni. La prima è che vi è stata grande confusione sui numeri. Infatti, come ha ribadito il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, «il nostro sistema bancario è solido. Le sofferenze nette corrispondono oggi a 88 miliardi, e non ai 201 miliardi di cui si parla». La seconda ragione è che non sembra essere noto a tutti che le banche italiane non solo hanno a bilancio uno dei più alti tassi di copertura dei bad loans (attraverso opportune rettifiche), ma che a fronte dei crediti dubbi vantano anche un elevato stock di garanzie reali, principalmente immobiliari. Nell’annunciare i suoi dati del 2015, ad esempio, Intesa Sanpaolo ha precisato di avere un livello di copertura complessiva dei crediti deteriorati, considerando le garanzie reali, pari al 139% a fine dicembre 2015 (al 146% considerando anche le garanzie personali), con una copertura complessiva della componente costituita dalle sofferenze pari al 140% (al 147% considerando anche le garanzie personali). Si tratta di livelli di copertura che anche le altre nostre banche maggiori presentavano nel 2014
ECONOMIA & FINANZA
la Repubblica
Nell'economia globale esistono diverse "forze che cospirano per tenere bassa l'inflazione", che possono "rallentare il ritorno dell'inflazione ai nostri valori obiettivo". E' quanto ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, che ha come mandato il raggiungimento di una dinamica dei prezzi vicina al +2%, mentre il dato dell'Eurozona è da prefisso telefonico: l'inflazione si è attestata allo 0,4% a gennaio, pur risalendo dal +0,2% medio del 2015. E non è un caso che proprio il bollettino della Bce, pubblicato oggi, indichi la possibilità che l'inflazione giri in negativo nei prossimi mesi, mentre la ripresa dell'Eurozona prosegue grazie ai consumi privati, ma frena l'export. Anche per queste ragioni, d'altra parte, la Bce si prepara ad iniettere nuove misure di supporto all'economia e ai mercati finanziari: dopo la conferenza stampa di inizio anno, gli analisti si aspettano in maniera pressoché unanime nuovi stimoli da Francoforte
Il Sole 24 Ore
Intesa Sanpaolo raddoppia l'utile, e anche la cedola. Dopo aver chiuso il 2015 con 2,7 miliardi di profitti, la banca ieri ha comunicato l'intenzione di distribuire ai suoi soci 2,4 miliardi di dividendi cash, portando così la cedola a 14 centesimi per ogni azione ordinaria, dopo i 7 distribuiti l'anno scorso. Visti i conti dei trimestri passati e le reiterate dichiarazioni del consigliere delegato, l'extra dividendo di Intesa Sanpaolo era nell'aria. Alla fine il Consiglio di gestione ha approvato un bilancio migliore delle attese degli analisti, che non a caso per diverse ore ha anche soddisfatto il mercato, dove ieri fino a pochi minuti dalla chiusura hanno prevalso gli acquisti. In serata, l'inversione sull'onda di Wall Street e la chiusura a -3,47%, ennesimo bilancio negativo di un 2016 iniziato male per tutte le banche in tutta Europa, e che pertanto a Intesa non spiegano come un «attacco speculativo all'Italia», o tanto meno «un complotto», secondo quanto ha detto ieri Messina
Il Sole 24 Ore — Alessandro Graziani
Con un utile di 3 miliardi, dividendi per 2,4 miliardi e un coefficiente di capitale primario Cet 1 del 13,1% (al top in Europa e ben superiore alle richieste della vigilanza Bce), Intesa Sanpaolo si erge a baluardo del sistema bancario italiano, da settimane finito nel mirino della speculazione internazionale. I conti di Intesa superiori alle attese del mercato arrivano alla vigilia di una settimana di appuntamenti che potrebbe rivelarsi decisiva per ribaltare, con i fatti, le «diaboliche» scommesse ribassiste avviate a inizio anno da alcuni hedge fund contro le banche italiane. I segnali di solidità che dai conti Intesa Sanpaolo interessano tutto il sistema bancario sono molteplici. I più importanti: i 41 miliardi di nuovi crediti concessi all'economia reale e il calo dello stock dei crediti deteriorati, accompagnato dal dato più basso di nuovi impeghi a rischio dal 2007. È il segnale, forte, che per la prima banca italiana la timida ripresa dell'economia italiana comincia a farsi vedere nei conti
Milano Finanza
La banca ha deciso di distribuire ai propri azionisti un monte dividendi cash di quasi 2,4 miliardi di euro, il doppio rispetto all'ammontare distribuito nell'anno precedente e oltre la promessa di 2 miliardi contenuta nel piano. Ai soci sarà, dunque, proposta una cedola pari a 14 centesimi per ogni azione ordinaria (erano 7 centesimi nel 2014) e a 15,1 centesimi per ogni titolo di risparmio (contro gli 8,1 centesimi del 2014). Non verrà peraltro effettuata alcuna distribuzione alle azioni proprie. Un dividendo più ricco delle attese di alcuni analisti che se lo aspettavano a 12 centesimi di euro tanto che il mercato premia il titolo Intesa Sanpaolo , ora in accelerazione del 3,47% a 2,56 euro a Piazza Affari. Anche perché la banca ha confermato l'impegno a distribuire 3 miliardi di euro di dividendi cash per l'esercizio 2016, come previsto nel piano industriale. Per quest'anno il gruppo prevede, infatti, una crescita dei proventi operativi netti, favorita dalle commissioni nette e dai crediti verso la clientela, del risultato della gestione operativa, con un continuo cost management, e del risultato corrente al lordo delle imposte, con una riduzione del costo del rischio, nel quadro di una redditività sostenibile
Milano Finanza
Intesa Sanpaolo conferma come priorità strategiche la solidità e la remunerazione degli azionisti con dividendi sostenibili. Durante la presentazione dei conti 2015 della banca, il consigliere delegato, Carlo Messina, ha confermato "l'impegno sul dividendo" e gli obiettivi del piano di impresa 2014-2017, dicendosi certo di raggiungerli. Il 2015 è stato un anno "molto buono" per l'istituto che "continua a fare meglio di quanto previsto nel piano", ha proseguito Messina, "molto orgoglioso" di questi dati perché dimostrano che Intesa Sanpaolo è in grado di raggiungere i risultati nel breve termine e di essere pronta ad accelerare, se necessario. "Abbiamo una profittabilità tale da riuscire ad assorbire l'impatto di eventi inattesi e allo stesso tempo mantenere gli obiettivi posti in termini di dividendi", ha spiegato, sicuro che il 2016 "sarà un altro anno molto buono" per la banca che si conferma "una macchina da risultati" e "una delle banche più forti in Europa in termini di capitale e di profittabilità"
il Fatto Quotidiano
Se nell’ultimo decennio aveste cercato un sistema quasi sicuro per perdere soldi, investire sul settore bancario sarebbe stata una delle migliori idee. E non solo su Monte dei Paschi di Siena, Carige, Veneto Banca, Pop Vicenza o le varie Etruria e Marche. A gennaio 2007, Unicredit capitalizzava a Piazza Affari 74 miliardi di euro ed era considerata la migliore del settore per redditività e potenzialità di espansione anche all’estero grazie ad acquisizioni in mezza Europa. Un gioiello. Soprattutto per Alessandro Profumo, l’amministratore delegato che incassava nel 2010 con le dimissioni (mentre il titolo era già in picchiata) un mega bonus da 40 milioni per “la creazione di valore generata sotto la sua guida”. Oggi, finita la Belle Époque, la banca fino al 2007 più amata dagli analisti capitalizza 21 miliardi di euro ma dopo ben 3 aumenti di capitale lanciati dal 2008 al 2012 che hanno richiesto mezzi freschi per 14,5 miliardi. Una discesa del titolo rispetto al 1° gennaio 2007 di oltre l’80%, che è all’incirca quanto ha perso il comparto bancario quotato a Piazza Affari e che rende bene l’idea delle conseguenze del terremoto che ha scosso il settore con l’inizio della Grande Crisi
Trentino
Utile netto a 22,4 milioni di euro (20,2 milioni nel 2014), rettifiche sui crediti in aumento del 61,4 per cento sull’anno precedente. E soci arrivati a quota 56.445. Sono alcuni dei numeri del bilancio 2015 approvato ieri dal consiglio di amministrazione di Banca popolare - Volksbank. Il risultato netto al 31 dicembre 2015 include l’apporto del Gruppo Banca Popolare di Marostica (incorporata in Volksbank), in conformità a quanto previsto dai principi contabili internazionali, a partire dal 1° aprile 2015. Da aggiungere che il risultato economico e gli aggregati patrimoniali mettono in evidenza il positivo andamento della banca, con particolare riferimento all’evoluzione dei volumi, con una crescita della raccolta diretta a 6.788 milioni, (+33,1%) e dei crediti verso clientela a 6.448 milioni di euro (+25,8%).
Il Sole 24 Ore
Il Tribunale Fallimentare di Arezzo è chiamato, nell'udienza di lunedì 8 febbraio, a pronunciarsi sullo stato di insolvenza della vecchia Banca Etruria. L'istituto di credito è stato commissariato nel febbraio 2015 dopo che la Banca d'Italia aveva individuato, sulla base delle ispezioni compiute, un grave dissesto finanziario. Sulla richiesta di insolvenza è chiamato a giudicare il collegio guidato dal presidente del Tribunale Clelia Galantino, con il giudice relatore Antonio Picardi e il giudice Paolo Masetti. Il 28 dicembre il liquidatore Giuseppe Santoni ha presentato la dichiarazione di insolvenza, passo necessario dopo il cosiddetto decreto salva-banche approvato dal governo il 22 novembre scorso che ha causato la messa in liquidazione coatta di Banca Etruria. Se il verdetto accoglierà il ricorso di Santoni, verrà dichiarato lo stato di insolvenza e il fallimento
il Fatto Quotidiano
Il caso Banca Etruria è una bomba a grappolo che sta per esplodere dentro il palazzo di giustizia di Arezzo. Arrivano al pettine nodi intricatissimi creati negli anni in quella specie di triangolo delle Bermude che ha ai suoi vertici gli amministratori della banca, la Vigilanza di Bankitalia e il procuratore della Repubblica di Arezzo Roberto Rossi. Il fenomeno più interessante, ma anche inquietante, sono i reati “a geometria variabile”, le accuse con l’elastico. I giudici di Arezzo dovranno chiarire molti misteri fin da lunedì mattina, quando si aprirà davanti al presidente del tribunale fallimentare Clelia Galantino il procedimento per la dichiarazione dello stato d’insolvenza della vecchia Banca Etruria. La difficoltà più seria ce l’ha il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, apparentemente alle prese con qualche pasticcio combinato dai suoi ispettori, grazie al quale adesso diventa difficilissimo capire chi e come ha davvero distrutto la banca di Arezzo
Il Tirreno
Le insegne della Banca Popolare di Spoleto: al posto di quelle della capogruppo Desio fra la sinagoga e le Poste centrali all’ex Excelsior. Il marchio di Banca Mediolanum: sugli scali D’Azeglio, così come la targa di IwBank – un po’ più in là lungo quelli che chiamavano i “lungarni di Livorno” – come web-banca di un network di Popolari, soprattutto lombarde. Stesso dna on-line ma con provenienza Monte Paschi per Widiba, che troviamo a un tiro di sasso da Palazzo Civico. Fra il retro della cattedrale e l’inizio della “City” di via Cairoli, là dov’era il negozio Baldi Sport è sbarcata la Banca di Cascina. Invece in periferia, sull’asse della zona artigianale del Picchianti, ecco la sede di Banca Carige: l’abbiamo vista tutti sulle maglie amaranto come sponsor del Livorno calcio ma operativamente in città ha messo piede un po’ più tardi. Basta semmai tornare indietro di qualche altro anno ancora, l’elenco potrebbe continuare con Ugf, l’istituto di credito targato Unipol, che acquisisce uno spazio dentro la “fortezza” dei portuali. Oppure con Credem, che ormai dalla metà del decennio scorso ha preso il posto di Credit Suisse nella magnifica palazzina Zalum d’inizio Novecento sul lungomare. L’elenco potrebbe continuare a lungo: mostra i tanti piccoli cambiamenti del panorama bancario cittadino che, se sommati gli uni agli altri, finiscono per mostrare che il “paesaggio” livornese del settore è parecchio cambiato
AFFARI PERSONALI
Milano Finanza
Piazza Affari ha sottoperformato il resto dei principali listini europei (Dax -1,14%, Ftse 100 -0,86%, Cac-40 -0,66% e Ibex +0,37%) con la performance del comparto bancario che è peggiorata nell'ultima ora di scambi. Il settore resta estremamente volatile e a detta di un esperto la situazione resterà difficile fino a quando non si avranno notizie concrete sul fronte dell'M&A. A piazza Affari Bpm -5,75%, Banco Popolare -5,67%, Intesa Sanpaolo -3,87%, Mediobanca -2,51%, Bper -2,09% e Unicredit -1,11%. In rialzo solo Ubi (+2,01%) e Mps (+3,51%).
la Repubblica
Ci sono sempre le banche nel mirino dei mercati con Piazza Affari che ha archiviato un'altra settimana negativa, inanellando il quinto ribasso consecutivo. Dall'inizio dell'anno Milano non ha portato a casa un'ottava in rialzo, ma questa volta il calo è piu pesante del solito, con l'indice Ftse Mib che ha ceduto il 7,54% a 17.250 punti per un bilancio che vede il listino perdere dall'inizio dell'anno il 19,4% sui minimi da settembre 2013. Sui mercati il clima resta pesante con i dati che mostrano il rallentamento della Cina, il petrolio sui minimi, e l'economia dell'Eurozona che sembra impantanata; incertezza e volatilità la fanno da protagonisti e la borsa milanese appare più in difficoltà per l'elevato peso sull'indice dei titoli bancari, che subiscono anche attacchi di matrice speculativa, senza riscontri sui fondamentali di bilancio, a cui neppure le voci istituzionali riescono a mettere argine
Milano Finanza
Forti ribassi di borsa di questo inizio 2016 fanno lievitare la redditività delle azioni. I dividend yield, ovvero il rapporto tra dividendo unitario e prezzo dell’azione, dei titoli di Piazza Affari oggi arrivano al 9% appunto perché il denominatore è sceso. E sono una ventina i titoli che offrono più del 5%, oltre il triplo del Btp a dieci anni, tradizionale asticella di confronto, che dà l’1,5%. Per arrivare a rendimenti più elevati bisogna spingersi più in là con le scadenze, non a caso in settimana il 2,758% offerto dal Btp a 30 anni ha registrato un boom di domanda: sono stati chiesti ben 25 miliardi di euro a fronte di un’offerta di 9.
Morningstar
Complice la forte volatilità dei mercati, dopo tre anni ricchi di soddisfazioni, il 2015 segna un brusco rallentamento nei rendimenti dei fondi pensione. Secondo gli ultimi dati della Covip (la commissione di vigilanza sul settore), infatti, nei primi nove mesi dell’anno passato i fondi pensione negoziali hanno guadagnato in media l’1,1%, i fondi aperti lo 0,6% e i Pip (Piani individuali pensionistici) hanno addirittura perso lo 0,3%. Tutto ciò a fronte di una rivalutazione del Trattamento di fine rapporto (Tfr) pari allo 0,9% sullo stesso periodo. Restano comunque differenze importanti tra le diverse linee d’investimento. Si va dall’1,5% medio della linea azionaria pura dei fondi negoziali al -1,1% medio segnato dall’offerta azionaria dei Pip unit-linked. Da sottolineare come i rendimenti Covip tengano già conto dell’innalzamento della tassazione delle forme pensionistiche complementari previsto dalla Legge di stabilità 2015 e del conguaglio fiscale per il 2014 versato nel primo trimestre 2015
INCHIESTE
Il Sole 24 Ore
Il nuovo, ennesimo, segnale di allarme è suonato seppure meno forte del previsto. Le riserve valutarie della banca centrale cinese, per anni in continua e inarrestabile ascesa hanno riportato a gennaio un nuovo calo tornando ai livelli del 2012 sebbene il ribasso (di 99,5 miliardi a quota 3230 miliardi) sia stato minore delle attese. La settimana di vacanze al via domani per la festività del Capodanno cinese (inizia l'anno della Scimmia) darà un poco di respiro alle autorità di Pechino dopo le turbolenze dei mercati delle scorse settimane per cercare di organizzare le misure in grado di ravviare la crescita, stabilizzare il mercato dei cambi e frenare il deflusso di capitali. Nel frattempo le aziende cinesi continuano a comprare all'estero per diversificare la fonte dei loro ricavi con una serie di operazioni che secondo alcune stime sono arrivate a già a 70 miliardi di dollari quest'anno
La Repubblica
La Cina, per la prima volta dagli anni Novanta, ha usato la cautela per fissare l'obiettivo di crescita del 2016: Pechino ha indicato un obiettivo di espansione del Pil tra il 6,5 e il 7%, in rallentamento dal 7% messo nel mirino per il 2015. D'altra parte non sono pochi i grattacapi economico-finanziari per la seconda economia del mondo, che sta cercando di trasformarsi da fornitore delle aziende estere a economica di consumo, con un mercato interno che deve crescere abbastanza da evitare "l'atterraggio pesante" rispetto ai ritmi di crescita spaventosi del recente passato. Come ricorda Anthony Chan, economista per l'Asia di AB-AllianceBernstein, "nelle ultime settimane, i responsabili politici cinesi hanno dovuto confrontarsi con le borse in caduta libera, un'ingente fuoriuscita di capitale, il deprezzamento dello yuan e lo sgomento internazionale per il continuo rallentamento del tasso di crescita del Paese".
Il Sole 24 Ore
Agli attuali livelli di prezzo, intorno a 35 dollari al barile, il 3,5% del petrolio viene estratto in perdita. Si tratta di 3,5 milioni di barili al giorno di produzione, che però non viene interrotta: nell’ultimo anno le compagnie hanno tolto dal mercato per motivi economici appena 100mila bg. Le stime sono di Wood Mackenzie, che possiede una banca dati relativa ad oltre 10mila giacimenti nel mondo. Prima o poi l’offerta scenderà, chiarisce Robert Plummer, vicepresidente della società di consulenza: «I tagli agli investimenti ridurranno i futuri volumi di produzione». Considerato che le compagnie hanno già cancellato progetti estrattivi per quasi 400 miliardi di dollari, l’impatto potrebbe essere importante ed è verosimile che ci saranno ripercussioni sul prezzo del greggio, se l’offerta non sarà sviluppata abbastanza da tenere il passo con la crescita della domanda e compensare il declino dei giacimenti. Tuttavia secondo Wood Mackenzie è illusorio sperare in una volontaria chiusura dei rubinetti
il Fatto Quotidiano
“La trasparenza di facciata non basta. Bisogna smetterla con questo approccio formalistico: quello che conta è comunicare se gli obiettivi vengono raggiunti e se le donazioni agli enti non profit determinano un impatto sociale positivo“. Ad auspicare che le onlus italiane facciano un salto di qualità nella rendicontazione è Stefano Zamagni, economista ed ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore abolita dal governo Monti. Sotto la lente ci sono i costi sostenuti dalle organizzazioni per il funzionamento della propria struttura e per organizzare le campagne di raccolta fondi. E il rapporto tra quei costi e i risultati ottenuti. “Commisurare le spese all’output, cioè a quello che si è fatto”, sostiene il professore, “non dice nulla sull’efficacia nel raggiungere l’obiettivo e su quanto e se quel progetto ha effettivamente migliorato le vite dei destinatari”. Paolo Pesticcio, giurista esperto di legislazione del non profit, aggiunge che “sarebbe opportuno rendere obbligatoria la pubblicazione di una relazione su ogni raccolta pubblica di fondi, con il dettaglio di spese sostenute e soldi ricavati”
COMMENTI
La Voce — Tommaso Monacelli
La Banca centrale europea ha fallito il proprio obiettivo di inflazione – un tasso vicino, ma al di sotto del 2 per cento – per più di tre anni consecutivi (vedi figura sotto). La situazione dell’Eurozona richiama sempre più quella del Giappone negli ultimi dieci anni, con un tentativo frenetico, ma senza successo, della banca centrale di riportare l’inflazione in linea con l’obiettivo statutario. Un esplicito obiettivo numerico sull’inflazione, per qualsiasi banca centrale, non richiede che il tasso effettivo sia esattamente in linea col target (ad esempio, 2 per cento) in ogni istante di tempo. Ciò che conta, per una gestione ottimale delle aspettative, è che l’inflazione sia al 2 per cento in media. Ciò significa che, indipendentemente dal fatto che il tasso di inflazione ecceda il 2 per cento di mezzo punto percentuale (inflazione corrente al 2,5 per cento), o lo manchi della stessa misura (inflazione che scende all’1,5 per cento), imprese e famiglie devono aspettarsi che la banca centrale agisca con uguale decisione per riportarlo, entro un orizzonte temporale ragionevole, di nuovo in linea con l’obiettivo. Quindi, l’ipotetico “target del 2 per cento” può, nel tempo, essere avvicinato sia “dal di sopra” che “dal di sotto”, a seconda dello stato corrente (o previsto) dell’economia
Il Sole 24 Ore — Alessandro Plateroti
La notizia di un'inchiesta dei Pm di Milano sull'operazione Finmeccanica-Hitachi ha avuto il solito corollario di effetti collaterali: il titolo del gruppo pubblico che cade, i risparmiatori che perdono, l'imbarazzo del governo, le polemiche e le strumentalizzazioni sul lavoro delle authority di vigilanza. Come purtroppo accade spesso, insomma, l'apertura di un fascicolo contro ignoti e su ipotesi di reato tutte da verificare, si trasforma rapidamente in una tempesta di illazioni e di sospetti, con informazioni spesso contraddittorie o distorte, ma molto efficaci nel trasformare il mercato in zona d'ombra, un'inchiesta in un giallo. Se poi nel mirino c'è un'azienda pubblica e un'operazione finanziaria già complessa per sua natura, il rischio che ciò avvenga è sicuro: e questo sembra anche l'avvio del caso Ansaldo-Hitachi. Un veloce accertamento dei fatti è il dovere dei magistrati e un diritto degli indagati, che in questo caso neppure esistono visto che si tratta di un'inchiesta contro ignoti
Il Sole 24 Ore — Luca Ricolfi
Il 2015 è passato, la decontribuzione completa non c’è più, forse è tempo di tentare un bilancio. Sono servite le misure di Renzi per rianimare il mercato del lavoro? Apparentemente, la risposta dipende dalla fonte. Se guardiamo ai dati Inps parrebbe di sì: da circa un anno la quota di assunzioni con contratti più o meno precari è in costante diminuzione. Se invece guardiamo ai dati Istat parrebbe di no: il peso dell’occupazione precaria è in costante aumento, e nell'ultima indagine trimestrale ha toccato il massimo storico. Chi ha ragione? Re Salomone avrebbe risolto l’enigma dicendo: hanno ragione tutti e due, dopotutto i dati delle due fonti non sono comparabili, visto che l’Inps si occupa di flussi (assunzioni e cessazioni), o più precisamente di variazioni del numero e del tipo di contratti, mentre l’Istat si occupa di stock, ossia dell’andamento dei livelli di occupazione
INTERNAZIONALE
Reuters
BNP Paribas (BNPP.PA) pledged a higher dividend payout and said its priority was to keep its return on equity at 10 percent beyond 2016 after it announced further cost cutting measures for its investment bank. BNP said it had started to cut the investment bank balance sheet earlier than European rivals and said it now hopes to win market share as they play catch up. Reporting annual results on Friday, it set out plans to cut costs in corporate and institutional banking by a further 12 percent by 2019 to bolster profitability, and sought to reassure investors about its capital buffers.
Financial Times
The world’s largest private equity companies are coming under increasing pressure to buy back their own listed shares after the downturn in both the credit and stock markets hit the value of their portfolios. A sharp drop in profits, including the unrealised value of investments, at Blackstone and Apollo in the fourth quarter has cast buyout groups in an unforgiving light, with Carlyle, KKR and Oaktree still to announce earnings this week. Since peaking in early 2014, shares in Apollo and Carlyle have fallen by two-thirds, while KKR’s stock has halved and Oaktree’s has declined 30 per cent. Blackstone — the largest group by assets, with $336bn — has dropped nearly 40 per cent since hitting a record $42.92 a share last May.
The Wall Street Journal
About 66% of those surveyed predicted March for next increase, with 25% picking June Private forecasters don’t think the Federal Reserve will raise short-term interest rates again at its Jan. 26-27 policy meeting, with most economists surveyed instead expecting the next rate increase in March. (ABBONAMENTO)
The Guardian
Early Friday afternoon, Barack Obama took the stage at the White House briefing room to announce that the US unemployment rate had dropped below 5% for the first time since February 2008. Under the president’s tenure, unemployment has more than halved. But there’s a growing stain on the labor market, and the latest jobs report by the US Department of Labor may contain evidence it is growing – huge numbers of jobs are being lost as low oil prices lead to layoffs across the energy sector and the communities that rely upon it.
The New York Times
LONDON — Tidjane Thiam, the chief executive of Credit Suisse, has asked the company’s board to reduce his bonus, days after the Swiss bank reported a multibillion-dollar loss in the fourth quarter. “I have asked the board of directors for a significant reduction in my bonus,” Mr. Thiam said in a statement issued by the bank on Sunday. Mr. Thiam, who joined the bank in July, did not indicate the size of the reduction in his bonus, but said his was the largest reduction within the management team. Sonntagszeitung, a weekly newspaper in Switzerland, first reported on Sunday that Mr. Thiam had sought a reduction in his bonus, based on an interview with him.
TECNOLOGIA
Il Sole 24 Ore
Marvin Minsky è stato, tra i padri dell’intelligenza artificiale, quello che più ha incarnato l’incanto per la ricerca di frontiera e il disincanto verso le promesse di progressi imminenti nella disciplina. Fino all’ultimo, certo. Ma anche fin dall’inizio, grazie a quel soffio di maturità giovanile che distingue i grandi scienziati dagli addetti ai lavori. I secondi, per diventare saggi, hanno bisogno quantomeno di invecchiare. Minsky no. Lui era sopravvissuto a due lunghi inverni dell’intelligenza artificiale. Gli “Ai winter” sono periodi che seguono a stagioni caratterizzate da un entusiasmo diffuso e fuori controllo nei confronti della ricerca sull’intelligenza artificiale. Entusiasmo che, quando appare chiaro che le sfide rimangono “da vincere”, genera una catena di reazioni. Si inizia con lo sconforto della comunità scientifica. Segue il pessimismo della stampa e degli imprenditori. Poi una forte riduzione dei finanziamenti e l’interruzione dei programmi di ricerca.
Il Sole 24 Ore
L'ultima indiscrezione, lanciata da BuzzFeed, è di quelle forti: nel giro di qualche giorno Twitter lancerà un nuovo algoritmo e una nuova veste grafica. Un cambiamento importante che trasformerà in modo significativo il social dei cinguettii. La timeline, a quanto pare, non sarà più ordinata in modo cronologico, con i tweet che compaiono in ordine dal più recente in poi, ma sarà ripensata con un ordine che rispecchierà gli interessi dell'utente. In sostanza, dunque, accedendo a Twitter non si vedranno più gli ultimi tweet postati dai propri contatti, ma quelli che l'algoritmo riterrà più interessanti in base alle abitudini e agli interessi dell'utente. Non è ancora chiaro se la modifica sarà costrittiva o se Twitter lascerà la scelta ad ogni singolo utente nelle opzioni. Ma secondo Buzzfeed, Dorsey sarebbe convintissimo: la timeline in stile Facebook pare sia già stata testata su un campione di utenti e pare abbia riscosso consenso
Il Sole 24 Ore
Un crollo verticale quello di LinkedIn a Wall Street dopo la pubblicazione dei conti: a un’ora dall’apertura di Wall Street cede quasi il 40%. Colpa non tanto di una trimestrale in perdita quanto di un outlook deludente. Il social network per professionisti ha chiuso il quarto trimestre del 2015 con un rosso pari a 8,425 milioni di dollari contro profitti di 2,995 milioni registrati nello steso periodo dello scorso anno. Gli utili per azione sono passati a -6 centesimi da +2 centesimi ma al netto di voci straordinarie il gruppo ha detto che avrebbe guadagnato 94 centesimi per azione, oltre i 74 centesimi che aveva previsto lo scorso ottobre e sopra le attese per 78 centesimi.
Il Sole 24 Ore
Carpoling, ridesharing e carsharing sono i nuovi mantra del trasporto, nell'epoca della “app economy”. Il concetto di mobilità sta cambiando drasticamente negli ultimi anni, e i servizi on-demand conquistano terreno grazie a startup che stanno ridisegnando le nostre abitudini. L'esempio più lampante è senza alcun dubbio quello di Uber, la startup più valutata al mondo (62,5 miliardi di dollari) che grazie alla sua app, in una manciata di anni è diventata un colosso della Silicon Valley. Ma l'effetto scia ha fatto bene alle altre startup del settore, da BlaBlaCar all'emergente Lyft, fino a MyTaxi. Oggi Uber vale quindici volte Hertz, una delle società di noleggio automobili più antiche e diffuse al mondo, ed è attiva in 351 città di 64 Paesi differenti. Può contare su 1,1 milioni di autisti. Non dipendenti, ma semplicemente prestatori d'opera
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