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ETF ed ETC: i fondi che tutti vogliono. Senza segreti OF OSSERVATORIO FINANZIARIO

SOMMARIO

Sono un successo? E’ vero: a febbraio la media giornaliera degli scambi sugli ETF è stata di 12.600 contratti al giorno, contro i circa 9.800 dell’anno precedente. Danno belle performance? Vero: le migliori soddisfazioni sono venute dagli ETF che replicano l’indice azionario moscovita, +137,4%. Hanno bassi costi di gestione? Non è sempre così: ecco perché vale la pena controllare

ETF ed ETC: i fondi che tutti vogliono. Senza segreti

La carica dei cloni parte da lontano e sembra diventata inarrestabile. I primi fondi indice – strumenti di investimento che replicano in modo lineare (senza effetto di leva) l’andamento delle quotazioni di un paniere di titoli azionari – sono stati lanciati, infatti, circa quarant’anni fa. E oggi gli ETF e gli ETC (Vai alla tabella), eredi di quest’idea originaria, stanno conquistando fette sempre crescenti nei portafogli degli investitori privati e istituzionali. ETF e ETC sono – ricordiamolo - gli acronimi dei termini inglesi Exchange traded funds e Exchange traded commodities. Sebbene abbiano sottostanti differenti, indici azionari gli ETF, materie prime fisiche (oro, argento, ferro, nickel o qualsiasi commodity) oppure contratti derivati sulle materie prime gli ETC, i due prodotti finanziari sono profondamente simili. Vengono negoziati in borsa come un’azione. Replicano passivamente la performance dell’indice al quale si riferiscono oppure l’andamento del prezzo della materia prima (o degli indici di materie prime) cui si riferiscono. Hanno commissioni di gestione molto basse.

Una formula molto semplice che è andata lontano. Perché ETF e ETC permettono di investire sui “trend” del sottostante senza incorrere negli errori di valutazione in cui spesso incappano le gestioni attive (fondi comuni tradizionali). Inoltre sono generalmente molto liquidi e facilmente smobilizzabili.

Qualche numero più dare un’idea generale del successo di questi strumenti. Secondo una recentissima indagine realizzata dal gruppo statunitense di asset management Black Rock a fine febbraio 2010 gli ETF scambiati nel mondo avevano raggiunto il numero di 3.997 prodotti, con una raccolta complessiva di oltre mille miliardi di dollari. Gli emittenti hanno raggiunto un totale di 115, perlopiù società finanziarie di derivazione bancaria, e i prodotti sono quotati in 40 listini sparsi tra Europa, Asia, Americhe e Oceania.

---- I dati più aggiornati sugli scambi in Piazza Affari ci dicono che a febbraio la media giornaliera degli scambi sugli ETF è stata di 12.600 contratti al giorno, contro i circa 9.800 dell’anno precedente. C’è un nuovo record anche per quanto riguarda il valore delle negoziazioni, che sempre a febbraio ha raggiunto i 295 milioni di euro al giorno contro i 214 milioni realizzati lo scorso anno. I prodotti quotati su Borsa Italiana, infine, hanno raggiunto un totale di 400.

I sottostanti
Un’occhiata alla tabella (Vai alla tabella) degli ETF e degli ETC che hanno realizzato le performance migliori nel corso degli ultimi 12 mesi (quindi da marzo del 2009) mette subito in evidenza la varietà estrema di sottostanti possibili. Non bisogna tuttavia dimenticare che gli ETF più scambiati e su cui si realizzano i maggiori volumi di investimento sono quelli che replicano gli indici più diffusi e “tradizionali”. In Italia abbiamo dunque gli ETF sull’indice Ftse Mib delle blue chip di Piazza Affari, in Europa i prodotti che replicano il Dax tedesco e lo Stoxx 600 delle grandi capitalizzazioni del Vecchio Continente, negli Stati Uniti i cloni del Dow Jones, del Nadaq e dell’S&P500. Su questi indici principali si concentra quasi la metà degli scambi e degli investimenti di chi decide di puntare sui fondi indice.

Le migliori soddisfazioni, tuttavia, come mostra la classifica, sono venute dagli ETF che replicano l’indice azionario moscovita (+137,4%) e in generale i cloni degli indica azionari dei paesi dell’est europeo e della Turchia, vale a dire le borse che sono uscite maggiormente massacrate dalla crisi del biennio 2008 – 2009 e che hanno messo a segno i maggiori rimbalzi dai minimi del marzo scorso dopo una caduta rovinosa registrata nei mesi precedenti.

Un discorso analogo vale per le materie prime. Gli ETC che replicano i prezzi di metalli come palladio, nickel e rame hanno registrato performance comprese fra l’80 e il 100%. Il clone che riproduce l’indice dei metalli per uso industriale ha fatto il 74,4%.

Quando è meglio investire in ETF (e in ETC)
“La scelta dello strumento degli ETF, e degli ETC per quanto riguarda le materie prime, solitamente risulta più appropriata nei momenti in cui i mercati hanno una direzione definita, al rialzo oppure al ribasso”, spiega Claudio Izzo, partner di B&I, una società indipendente di consulenza agli investimenti. Infatti, i trend rialzisti possono essere colti con gli ETF tradizionali e quelli ribassisti con gli strumenti appositi che replicano l’indice in modo inverso e che quindi guadagnano in caso di bear market (mercato al ribasso). “In questa fase in cui i mercati azionari sono piuttosto laterali, perdono e guadagnano ma non si discostano molto dalla loro media di riferimento possono risultare più interessanti i fondi di investimento tradizionali, che generano “alfa”, che catturano, in altri termini, le performance relative dei singoli titoli azionarsi senza appiattirsi sulla media del mercato”. Va detto anche che data l’enorme varietà di ETF e ETC su sottostanti di nicchia è quasi sempre possibile individuare dei particolari mercati, azionari oppure di commodities, in cui sono in atto dei trend maggiormente definiti. Su questi, allora, conviene dirottare gli investimenti realizzati attraverso i cloni.

I costi degli ETF e degli ETC
Una delle chiavi del successo dei replicanti di indici e materie prime è data dai bassi costi di gestione. Le commissioni, infatti, variano generalmente tra lo 0,30 per i sottostanti più diffusi e lo 0,60 per quelli più esotici, ad esempio materie prime rare o indici di mercati azionari emergenti “di frontiera”. “Non bisogna tuttavia lasciarsi ingannare dal luogo comune dei bassi costi di gestione”, avverte Izzo. Spesso infatti, accade che vi sia uno scarto molto ampio tra il prezzo denaro (di acquisto) e lettera (vendita) degli ETF e degli ETC quotati. “Mi è capitato di vedere spread anche superiori a un punto percentuale, mentre la fisiologia di questo strumento richiederebbe un divario tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita non superiore ai 10-15 centesimi”, conclude Izzo. Un modo per cautelarsi da questi costi “occulti” consiste nell’investire sugli strumenti più liquidi, dove gli spread sono molto ridotti. Oppure attraverso le piattaforme online, che minimizzano i costi di transazione applicando magari una commissione di negoziazione fissa indipendente dai volumi realizzati (in questo caso quanto maggiore l’ammontare dell’investimento tanto minore risulta l’incidenza della commissione sulla performance complessiva)

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